29 Vespero, 1327

Essilor è l’unico in piedi.

I lupi giacciono sparsi sul sentiero, la neve già li copre in parte. Atnussa e Maxine respirano, ma non si muovono. Tra i corpi, il nano che il gruppo aveva cercato di salvare è a terra, la neve sotto di lui tinta di scuro. Un raglio rompe il silenzio: un mulo scende dal sentiero da solo, carico di due casse e due sacche. Si avvicina al nano e lo spinge con il muso.

Essilor si accorge che il nano è ancora vivo, anche se ha perso molto sangue e il suo polso si sta facendo sempre più debole. Atnussa e Maxine sembrano invece stabili, quindi decide di utilizzare l’ultima pozione di guarigione rimasta per stabilizzarlo.

Dopo qualche ora tutti e tre si riprendono. Il nano si chiama Thordun, è un mercante del Clan Ramargento di Rocciafonda. Stava rientrando da Lagolungo con la sua merce quando il branco lo ha circondato. Branchi aggressivi verso i nani su questa strada non si erano mai visti. Sospetta che i lupi si siano spostati dal territorio di sempre, spinti via da qualcosa — e indica le cime più a sud.

Il gruppo procede con Thordun verso Rocciafonda. Lungo il cammino, Thordun racconta loro della struttura sociale di Rocciafonda, e della creatura che da qualche settimana ha fatto la tana sulle cime lì vicino. Il gruppo si apre parzialmente, racconta a Thordun di quanto sta succedento a nord (l’assalto dei goblin e gli animali “corrotti” nella foresta), di essere in viaggio per Velduna (per motivi di cui non possono parlare) e di essere alla ricerca di una via che passi da Rocciafonda. Thordun non è a conoscenza di tale strada, ma si impegna a farli parlare con Torin Vocepiatta una volta che arriveranno a Rocciafonda.

Atnussa mostra a Thordun il diario trovato nella miniera abbandonata. Lui lo riconosce come il diario di Brubrud, figlio di Durgin Spaccavena, capoclan dei Venafonda. Scomparso da due anni. Anche l’ascia che il gruppo ha trovato apparteneva a Burbrud.

30 Vespero, 1327

Il gruppo riprende il cammino verso Rocciafonda.

Prima di arrivarci, si fermano. Dal profilo della cresta a sud si muove qualcosa che non dovrebbe essere lì. Un verso basso, poi improvvisamente acuto. Un’ombra larga che passa sopra di loro. Il corpo di un grande felino, le ali membranose quasi immobili nell’aria ferma, la coda irta di aculei che oscilla lenta. In basso, sul bordo del sentiero, il corpo del lupo che era fuggito. La bestia abbassa la testa sulla sua preda. Non li ha notati, o forse non è interessata. Il gruppo lascia che sia così, e riprende a camminare.

Nel pomeriggio, il sentiero si stringe tra due pareti di roccia e finisce su un portale scolpito direttamente nella montagna — due ante di pietra massiccia, alte quanto tre uomini, bordate di simboli geometrici e martelli incrociati. Sopra il portale, una pietra ambrata incastonata nella roccia. Le ante sono accostate, non chiuse.

Due voci arrivano dall’alto prima che possano avvicinarsi, e con le voci le balestre. Thordun parla e fa da garante per loro. Le guardie abbassano le armi, non senza chiedere al gruppo di lasciare le loro prima di entrare. Il gruppo accetta.

Il corridoio scende nel ventre della montagna e si apre su una caverna vasta, alta una ventina di metri, il cuore di Rocciafonda. Thordun li ospiterà a casa propria, ma si deve recare a parlare con i consiglio degli anziani per avere la loro approvazione.

Il gruppo si reca quindi all’unica locanda di Rocciafonda. La Brocca Spezzata li accoglie con il rumore di una sera di lavoro — boccali, risate, canzoni stonate — finché tutti non si girano a guardare i forestieri sulla soglia. Eirik Roccabruna, il figlio dell’oste, rompe l’imbarazzo con poche parole al suo posto. La serata si scalda. Essilor prende il liuto e lavora la sala come sa fare — alla fine ha qualche boccale di troppo e abbastanza orecchie amiche da riempire le lacune.

Dopo qualche ora Thordun accompagna il gruppo al tempio di Durn, dove il sacerdote anziano Torin Vocepiatta li riceve in silenzio, seduto, gli occhi socchiusi. Quando Essilor spiega cosa cercano, Torin risponde con poche parole, senza fretta. Una via per Velduna attraverso le gallerie inferiori esiste — o è esistita. Le gallerie profonde sono state chiuse da un centinaio d’anni. Scavando nelle prodondità delle montagne, e seguendo una misteriosa vena di roccia nera, i nani hanno trovato i resti di antiche costruzioni umane, infestate da quelle che Torin definisce come delle ombre, ostili. Per questo motivo, l’accesso alle gallerie inferiori è stato sigillato. Riaprirle non è una sua decisione: solo gli anziani dei tre clan insieme possono farlo. Thordun si offre di sostenere la richiesta davanti al consiglio.

Prima di incontrare il consiglio, Thordun suggerisce di parlare prima con Gordin Occhiovivo, capoclan del Clan Ramargento — il suo clan, quello che commercia con l’esterno.

Ma prima c’è un’altra visita da fare. Il diario trovato nella tana del ragno va restituito.

Durgin Spaccavena apre la porta, guarda il gruppo con i suoi occhi di chi ha imparato a non fidarsi delle sorprese. Poi vede il taccuino. Lo prende con mani callose, lo apre, lo riconosce. Lo chiude. Li ringrazia con la brusca brevità di chi non è abituato a farlo. Poi, quando il gruppo porta la conversazione alle gallerie inferiori, il tono cambia: aprirle è un rischio grande, per i suoi uomini e per tutto l’insediamento. Se vogliono qualcosa da lui al consiglio, dovranno dargli qualcosa in cambio.

La sessione si chiude con Thordun che indica la strada verso la casa di Gordin Occhiovivo.